|
La catastrofe perfetta
Gli strateghi dell’opposizione dicono in pubblico che il berlusconismo è finito e si confortano in privato con una considerazione certamente verosimile:ammesso che il centro destra possa vincere alla Camera, la presenza di un terzo polo gli impedirebbe comunque di vincere al Senato, così che, anche nella peggiore delle ipotesi, Berlusconi dovrebbe comunque passare la mano.
Forse, magari a differenza del centro destra, non hanno calcolato una eventualità assolutamente possibile: quella della “catastrofe perfetta”. La sua cronaca potrebbe apparire un romanzo di fantapolitica stile horror, ma non lo è affatto. Eccola.
Il governo Berlusconi, tra rattoppature e espedienti, tira avanti sino alla scadenza naturale. Si vota perciò nella primavera del 2013. I sondaggi danno l’opposizione (senza Casini) in lieve maggioranza, ma Berlusconi, con una campagna elettorale costosa e abile, recupera terreno e vince alla Camera sul filo di lana, perdendo però, come previsto,al Senato. Parlamento ingovernabile e immediatamente da sciogliere? Forse, ma non si può, perché il capo dello Stato è nel suo ultimo semestre e pertanto ha perso il potere di scioglimento. Anzi. Proprio il Parlamento “sospeso” e inattendibile uscito dal voto deve immediatamente eleggere, in estate, il nuovo presidente della Repubblica. Ed ecco che qui ci si accorge dell’imminente “catastrofe perfetta”.
Camera e Senato hanno sempre contato esattamente lo stesso nel nostro sistema bicamerale, perché le leggi devono essere approvate nella stessa formulazione da entrambi i rami del Parlamento. Ma non è così per l’elezione del presidente della Repubblica,dal momento che qui la Camera conta il doppio, avendo il doppio dei parlamentari rispetto al Senato. Ciò non ha mai costituito un problema, perché più o meno la composizione politica di Camera e Senato è sempre stata sostanzialmente la stessa. Adesso però la situazione è cambiata. A causa del sistema elettorale manicomiale inventato dagli apprendisti stregoni della seconda Repubblica, il Senato può avere, eletto con regole diverse, una maggioranza antitetica a quella della Camera. Ciò che è puntualmente accaduto. E qui esplode il paradosso. Ci si accorge infatti che Berlusconi, poiché ha vinto alla Camera e perso al Senato, non può formare un governo, è vero, ma è perfettamente in grado di farsi eleggere presidente della Repubblica. Le cifre parlano chiaro. Grazie al sistema manicomiale sopra ricordato, con l’1 per cento dei voti in più (42 cento contro 41) ha ottenuto il 55 per cento dei deputati. E’ vero che al Senato è sotto di dieci e che ci sono anche i rappresentanti delle Regioni, ma ha 31 deputati di maggioranza bastano largamente. Il centro sinistra strepita e grida al golpe. I giuristi osservano che una Camera non può contare il doppio dell’altra nella decisione più delicata del Parlamento (essendo per di più la meno rappresentativa, perché la sua maggioranza è tale solo grazie all’artificio del “premio”). Qualcuno minaccia di non partecipare all’elezione del presidente della Repubblica, sostenendo che la più alta carica dello Stato risulterebbe dopo una simile elezione completamente delegittimata. Ma non c’è niente da fare, i numeri ci sono, i deputati del centro destra, non eletti ma “nominati” dal capo (lo stesso per la verità accade a sinistra) lo votano senza discutere e Berlusconi diventa presidente della Repubblica.
A questo punto, la catastrofe perfetta ha colpito anche il vertice dello Stato che, per di più, si trova neanche a farlo apposta, a guidare le istituzioni nel caos e nel vuoto più assoluto: senza governo e con due presidenti delle Camere di segno politico opposto. Cercherà il Berlusconi appena incoronato di favorire un governo di transizione e unità nazionale? Oppure scioglierà le Camere nel buio più fitto, avviando una campagna elettorale da guerra civile? Oppure, secondo una tecnica ormai sperimentata, tenterà (questa volta dall’alto del Quirinale) di sfilare uno per uno dieci senatori al centro sinistra, in nome della “responsabilità”? Questo è il capitolo successivo del romanzo di fantapolitica. Sempre, comunque, di genere horror.
In mezzo alla più grave crisi economica, politica, morale e adesso anche internazionale del dopoguerra, anche questi scenari vanno evocati, perché sono perfettamente possibili. Grazie alla inettitudine e irresponsabilità di una classe politica che si è avventurata in riforme elettorali e istituzionali sempre più imprevedibili e balzane.
Ugo Intini Avanti della domenica - 6 Aprile 2011
La La soluzione è al centro
Da anni, assolutamente isolati e persino sbeffeggiati, abbiamo insistito nel sostenere che in Italia il bipolarismo non funziona, si trasforma in una guerra civile strisciante senza governabilità, che continua infinita mentre il Paese lentamente affonda.
Ormai affonda da quasi un ventennio, da quando cioè è stata distrutta una Repubblica senza che i demolitori avessero acquisito prima la certezza di saperne costruire un’altra. Ma finalmente Michele Salvati, il teorico più ascoltato, a sinistra, del bipolarismo (e del Partito Democratico), ci dà ragione, con una onestà intellettuale che gli va riconosciuta.
Per la verità, aveva già manifestato qualche sospetto sul bipolarismo, ma lo aveva allontanato da sé sostenendo che il suo fallimento nasceva da una circostanza momentanea e imprevedibile, ovvero dalla personalità anomala e straordinariamente divisiva di Berlusconi. Sparito Berlusconi, il bipolarismo avrebbe funzionato. Oggi riconosce che non è così. E in un fondo sul Corriere della Sera di giovedì 17 febbraio, dal titolo “Mi arrendo, il bipolarismo in Italia non funziona”, scrive: “C’è ancora una piccola possibilità che dal federalismo non esca un mostro, qualcosa che complichi ancor di più procedure amministrative già complicate, che aumenti ulteriormente la pressione fiscale, che paralizzi del tutto le già deboli capacità di indirizzo della politica economica, che provochi seri conflitti tra Nord e Sud. Ma per evitare questo esito occorrerebbe uno sforzo solidale tra le migliori competenze amministrative del Paese, di destra o di sinistra che siano”. “L’uscita di scena di Berlusconi sicuramente allenterebbe le tensioni oggi esistenti, ma è tutto da vedere se basti da sola a portarci a un bipolarismo dell’azione, da quello della chiacchiera e dello strepito in cui oggi viviamo”. Bene, benissimo. Finalmente, di fronte al baratro, ci si ferma e si vede la verità. La presa d’atto sembra matura, perché la sortita di Michele Salvati ha sollevato un dibattito e consensi sia a destra che a sinistra.
Non è Berlusconi la causa del fallimento del bipolarismo. Il bipolarismo in Italia non funziona -insistiamo da anni - perché in entrambi i poli l’area dell’estremismo e della irragionevolezza non è marginale come in tutti i Paesi avanzati, bensì determinante e addirittura traente. A destra il leghismo, il populismo demagogico e il qualunquismo. A sinistra, quanto resta del comunismo e col moralismo giustizialista, ‘malattia senile’ del comunismo stesso.
Probabilmente, in questo 150° anniversario, si dovrebbe riflettere sul fatto che la storia d’Italia ci dà in materia una lezione. I periodi di progresso sono stati sempre quelli in cui hanno collaborato, al centro, il meglio della destra e della sinistra, emarginando da una parte e dall’altra le posizioni estreme. I periodi catastrofici sono stati quelli in cui, spazzato via il centro, è prevalso lo scontro frontale tra gli estremismi opposti. All’inizio del secolo scorso (convergendo verso il centro e di fatto sostenendosi reciprocamente, anche senza giungere a una alleanza) il socialismo riformista di Turati e Bissolati e il liberalismo modernizzatore di Giolitti hanno prodotto una stagione felice. Poi, il prevalere a destra del fascismo, a sinistra del comunismo e del massimalismo socialista, ha creato una lunga notte. Nel secondo dopo guerra, il progresso si è aperto di nuovo, dal miracolo economico in poi, con la collaborazione tra gli eredi di Turati (Nenni e Craxi) e i democristiani (ovvero i centristi moderati del tempo), mentre comunismo da una parte e fascismo dall’altra venivano emarginati. Quando una bomba atomica ha distrutto il centro, distruggendo socialisti, laici e democristiani, il pendolo è ritornato verso il peggio: è rinato il bipolarismo come scontro frontale. Da una parte il post comunismo (con la sua parziale trasformazione in giustizialismo), dall’altra un post fascismo rilegittimato e alleato ai rappresentanti di tutte le pulsioni demagogiche, populiste sempre presenti nelle viscere della società italiana. Con il risultato che è sotto gli occhi di tutti.
Ci si potrebbe domandare perché mai in Italia e soltanto in Italia non si riesca a produrre una normale dialettica democratica tra una destra civile e una sinistra moderna. Ma il discorso richiederebbe probabilmente una amara riflessione destinata ad andare molto a ritroso, verso una storia precedente l’unità nazionale. Forse, anzi certamente, si arriverà a un bipolarismo di stile europeo. Ma ci vuole tempo. Intanto, il disastro evidente impone una soluzione di emergenza. Quella che anche Salvati finalmente indica: uno sforzo solidale, al centro, tra il meglio della sinistra e della destra; la emarginazione dell’area dell’estremismo e della irragionevolezza, a destra come a sinistra. Berlusconi non è l’ostacolo, bensì il baluardo del bipolarismo. E’ l’ostacolo a che questa convergenza e alleanza al centro finalmente avvenga. Ed è un ostacolo in via di rimozione.
Ugo Intini - Avanti della domenica - martedì 22 febbraio 2011
Quest’Italia come la rana
Un piccolo partito che sta fuori del Parlamento e quindi fuori dalla tattica politica quotidiana può vedere meglio di altri ciò di cui il Paese ha bisogno: una presa di coscienza e una scossa, due obbiettivi ai quali il nostro congresso è chiamato a dare un contributo.
Circola su Internet un filmato che bene si attaglia alla situazione italiana. Gettate una rana nell’acqua bollente:con un salto balzerà fuori e si metterà in salvo. Mettete invece la rana nell’acqua tiepida e fatela diventare bollente a poco a poco. La rana si abituerà, senza rendersi conto che la temperatura sta diventando intollerabile, lentamente si lascerà bollire e morrà senza reagire. La nostra società è purtroppo da anni in questa situazione. Il Paese scende in una crisi sempre più profonda (economica, politica e morale) senza reagire, perché giorno dopo giorno si è abituato ormai a considerare normale una situazione che invece non lo è. Muore senza più la forza di saltare fuori dall’acqua.
Provate un mattino a guardare i quotidiani italiani accanto a quelli di qualunque altro Paese. C’è tra loro un abisso. Soltanto in Italia ogni giorno è rissa continua intorno a temi unici al mondo, a polemiche e smentite, a insulti e esagerazioni, raccontati con titoli dagli stereotipi ridicoli.
Ovunque si dibatte di politica estera e di crisi finanziaria, da noi ci si accapiglia su intercettazioni e processi. Berlusconi dice che la colpa è dei giornali. Certamente su questo ha una parte di ragione: in nessun Paese al mondo i quotidiani sono furiosi protagonisti della lotta politica come in Italia, quasi ciascuno con la sua casacca di fazione. Ma i giornali purtroppo riflettono il più generale clima avvelenato del Paese (e anche l’assenza della politica vera, che porta quindi una lotta politica anomala a riemergere in sedi improprie, diverse da quelle istituzionali e di partito).
Da tempo parliamo della guerra civile strisciante tra due eserciti contrapposti cui il bipolarismo all’italiana ci ha condannato. Ma adesso le guerre civili si sono moltiplicate. Guerra non solo tra le due coalizioni, ma all’interno di ciascuna. E guerra nella società stessa, con lanci di pietre di tutti contro tutti. Un giorno contro i giornalisti, poi contro i magistrati, poi contro i dipendenti pubblici fannulloni, poi contro i commercianti esosi, poi contro gli industriali evasori fiscali, poi contro i sindacalisti trasformati in casta, poi contro i professionisti corporativi, poi contro gli operai massimalisti, poi contro i dirigenti che guadagnano troppo, poi contro i pensionati parassiti, poi contro i giovani bamboccioni. Sempre, naturalmente, contro i politici.
La società italiana in tal modo si frammenta e disgrega,senza possibilità reale di governo (per qualunque maggioranza, di destra come di sinistra) e senza la capacità non di risolvere, ma neppure di vedere i problemi veri del Paese.
Una piccola parte degli italiani fa il tifo per questa o quella fazione, partecipa incattivita a questo o quel lancio di pietre. Una parte più numerosa legge sempre più disgustata e confusa i giornali specchio della rissa continua. Una parte ancora più numerosa non li legge nemmeno più (non almeno nella parte dedicata alla rissa), rifiuta allontanandola anche dalla vista una realtà insopportabile genericamente avvertita come la sempre più odiata “politica”, si rifugia nel proprio lavoro e nella propria vita privata. La nave affonda non mentre si balla sulla tolda del Titanic (almeno per il momento si ballerebbe). No, mentre a bordo tutti si accapigliano senza accorgersi che nel frattempo nessuno sta al timone.
è tempo che la rana si renda conto che la situazione è intollerabile, che l’acqua ha raggiunto una temperatura mortale, che bisogna saltare fuori dalla pentola (e gabbia), ovvero dal sistema politico attuale, sino a che si è in tempo. Questa è la presa di coscienza,che può essere favorita da una scossa. La scossa deve spingere a un cambiamento radicale, che per quanti hanno buon senso è ormai il passaggio dalla fallimentare seconda Repubblica alla terza. Per molti è invece una fuga in avanti lungo la china della seconda Repubblica, nata non a caso anche sotto la spinta del fenomeno leghista. è la china sempre più ripida che porta al precipizio finale, ovvero al cosiddetto federalismo: la panacea del momento che si prepara sotto il ricatto di Bossi. E che potrebbe diventare realtà anche sull’onda di una rassegnazione distruttiva, particolarmente amara nel 150° anniversario dell’unità d’Italia, condensata in un pensiero ormai sempre più diffuso, così riassumibile: l’Italia come Nazione è fallita, prendiamone atto e torniamo alle identità locali.
Attenzione però. Il calcio è spesso la metafora della vita. In tutto il mondo, si guarda in abbonamento alla TV il campionato italiano e i ragazzi, da Abu Dhabi a Sidney, dicono: le squadre di club, a cominciare dall’Inter campione d’Europa, giocano meglio della Nazionale. Vero. Nel calcio,il federalismo è già cominciato. I team delle nuove repubbliche rinascimentali e dei loro signori,come i Moratti di Milano, sono di maggiore livello. La Lombardia ha riso insieme all’Inter un mese prima che l’Italia piangesse insieme agli azzurri. Ma attenzione. I ragazzi che vedono le nostre partite di serie A, che mangiano italiano, vestono italiano, vengono a fare i turisti in Italia,continueranno a farlo (e ad abbonarsi al campionato italiano) sino a che l’Italia sarà di moda. Ma le figure miserabili come quella in Sud Africa fanno svanire la moda. Quando la Nazionale è sconfitta sono sconfitti anche tutti i signori locali. Qualche equipe di economisti calcolerà presto quanto ha perso in denaro il made in Italy dopo il disastro degli azzurri. E quanto hanno perso le arroganti repubbliche locali come quella, appunto,dei signori di Milano: le più capaci di esportare e quindi le prime a essere colpite. Una città italiana può essere la città campione d’Europa. Ma una Nazione europea può essere campione del mondo. E questo conta immensamente di più.
Ugo Intini - Avanti della domenica - mercoledì 7 luglio 2010
Continua |